"Ogni giorno, soprattutto da cent’anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un’antilingua inesistente. Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono parlano pensano nell’antilingua. Caratteristica principale dell’antilingua è quello che definirei il «terrore semantico», cioè la fuga di fronte a un vocabolo che abbia di per se stesso un significato, come se «fiasco» «stufa» «carbone» fossero parole oscene, come se «andare» «trovare» «sapere» indicassero azioni turpi. […] Chi parla l’antilingua ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla […] La motivazione psicologica dell’antilingua è la mancanza d’un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l’odio per se stessi. La lingua invece vive solo d’un rapporto con la vita che diventa comunicazione […] Perciò dove trionfa l’antilingua - l’italiano di chi non sa dire «ho fatto» ma deve dire «ho effettuato» - la lingua viene uccisa."
— L’antilingua, Italo Calvino
(Il Giorno, 3 febbraio 1965) (via micronemo)
